Per anni si è pensato che l’autismo fosse una condizione prevalentemente maschile. Lo dimostrerebbero – a prima vista – i dati: quattro diagnosi in soggetti maschili per ogni diagnosi al femminile. Ad oggi sempre più studi stanno mettendo in discussione questa convinzione, rivelando una realtà più complessa e, in parte, ancora invisibile.

Un pregiudizio nei criteri, non nella realtà

I criteri diagnostici dell’autismo, fin dalle prime formulazioni, sono stati costruiti osservando soprattutto bambini e ragazzi di sesso maschile. Questo ha portato a uno standard clinico “al maschile”, che fatica a intercettare altre forme, altre modalità di espressione.
Chi non rientra in questi tratti canonici – e spesso si tratta di bambine, ragazze, donne adulte – viene semplicemente esclusa dalla diagnosi.

Il fenotipo femminile: empatia, adattamento, mimetismo

Le persone autistiche di genere femminile possono presentare caratteristiche molto diverse da quelle classiche.
Spesso mostrano maggiore empatia, desiderio di relazione, attenzione al contesto sociale. Ma questo non significa che non ci sia fatica. Al contrario, la capacità di “mimetizzarsi” – nota anche come masking – comporta uno sforzo costante per adattarsi a ciò che ci si aspetta.

Molte donne autistiche imparano fin da piccole a coprire il proprio modo di sentire, ad “aggiustarsi” per sembrare più sociali, più conformi, più “normali”. Questo processo, pur essendo funzionale alla sopravvivenza relazionale, ha un prezzo molto alto.

Le conseguenze dell’invisibilità

Il ritardo diagnostico tra uomini e donne può superare anche i dieci anni.
Molte donne ricevono una diagnosi in età adulta, quando ormai la sofferenza si è strutturata in ansia, depressione, senso di inadeguatezza cronico. Alcune arrivano alla diagnosi dopo aver attraversato crisi relazionali, burn-out o momenti di forte isolamento.

Il masking, cioè il tentativo di conformarsi agli altri nascondendo il proprio modo di essere, è stato identificato come un fattore di rischio per la salute mentale.
Studi recenti mostrano come questo sforzo di adattamento possa portare a un aumento del rischio di depressione, soprattutto nelle donne autistiche non riconosciute.

Stiamo imparando a vedere meglio

Fortunatamente le cose stanno cambiando. Le nuove generazioni di clinici stanno imparando a riconoscere il fenotipo femminile dell’autismo e sempre più donne raccontano la loro esperienza, aprendo spazi di visibilità.
Anche i test di screening stanno evolvendo, per cogliere tratti più sfumati, più legati alla dimensione emotiva, relazionale, sensoriale.

Uno spazio per essere, senza dover sembrare

Nel nostro centro psicologico crediamo che ogni persona meriti di essere riconosciuta per ciò che vive, non per quanto si adatta.
Per questo accogliamo chiunque si ritrovi, anche solo in parte, in queste parole. Non servono diagnosi certe per iniziare a raccontarsi. A volte basta sentire che qualcosa non torna tra il dentro e il fuori.
La terapia può essere uno spazio sicuro dove smettere di mascherarsi e cominciare a fiorire.